Venerdì 14 Dicembre 2018


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Basilica Cattedrale


La fondazione della basilica di Maria SS. Annunziata si fa risalire agli albori del secolo XV. L’umile cappelluzza dell’Annunziata voluta dalla pietà popolare, come le altre sparse nelle campagne ai piedi dell’Etna, era stata eretta “con tre mura ed aperta d’innanti” dentro una selva appartenente all’abate benedettino di Nova Luce di Catania. Ma è a partire dal 1598 che l’edificio sacro comincia ad assumere un aspetto basilicale grazie ai nuovi lavori per la realizzazione delle tre absidi e del transetto sovrastato da una cupola ottagonale, dove della pietra nera dell’Etna e di quella bianca di Siracusa lavorata quasi fosse merletto, me3tte in evidenza la perizia tecnica e artistica di mastri e maestri.

Del 1668 è la realizzazione di un portale in marmo bianco sovrastato dall’Annunciazione attorniata dalle statue di S. Venera e S. Tecla e dove fa bella mostra di sé il blasone della città con un iscrizione che ricorda il titolo a lei concesso da Filippo IV “Acis Urbs Amplissima Fida Regibus”: l’opera è dello scultore messinese Placido Blandamente. In quegli stessi anni, si volle rendere omaggio alla vergine e martire S. Venera eletta “principale patrona” della città erigendole una cappella che potesse degnamente accogliere le reliquie ed il simulacro. Ma qualche anno più tardi, l’11 gennaio 1693, il tremendo terremoto che rase al suolo numerose città della Sicilia orientale, provocò notevoli danni alla Basilica riparati già agli inizi del secolo XVIII: quei mascheroni deformi, orribili, beffardi, nati dalla fervida fantasia di poco noti “lapidum incisores”,palesano tutta la loro acredine contro le forze della natura che hanno osato distruggere in un fiat secoli di fatiche.

Nel 1710 troviamo i fratelli Filocamo, noti pittori messinesi, intenti ad affrescare la volta dell’abside con “La gloria di Maria tra angeli e santi” e la Cappella di S. Venera con “La predica” ed “Il martirio della Santa“ mentre nel 1798 vi lavora l’acese Pietro Paolo Vasta: nei pennacchi della cupola egli raffigura i 4 Evangelisti e nel transetto illustra scene dell’Antico e del Nuovo testamento come “Le nozze di Cana” da cui prorompe un inno alla gioia espresso con grazia raffinata e mondana accentuata dai broccati e dalle sete indossati dai commensali, in netto contrasto con la tragica teatralità espressa nei due medaglioni sottostanti che raffigurano “Caino e Abele” e “Abramo sacrifica Isacco” legati idealmente con “La gloria dell’Agnello mistico”.

La gloria di S. Venera chiude questo ciclo di affreschi del pittore acese che qui come altrove ha messo a frutto le esperienze romane avendo negli occhi ancora nitidi gli affreschi e le tele dei numerosi pittori che ha potuto ammirare a Roma, ma specialmente gli insegnamenti del Conca di cui era stato allievo.

Sull’esterno del fianco destro del duomo che fronteggia il Palazzo di Città vi si colloca, sul finire del ‘700, un portale con quattro colonne corinzie in pietra bianca e una lapide in marmo che ricorda ancora una volta che il tempio è dedicato “Magnae Virgini ab Angelo salutatae”, mentre nel 1844 per “bell’ornamento ed utilità”, si dà l’incarico all’astronomo danese Cristiano F. Peters di tracciare sul pavimento del transetto una Meridiana in marmo con dodici segni zodiacali. È di questi anni la costituzione della diocesi: il duomo diventa cattedrale. Per rendere più armonioso il prospetto, rimasto immutato dal 1668, sul finire del secolo XIX si attua una profonda trasformazione allorquando è approvato, dopo alcune modifiche, il progetto neogotico di Sebastiano Ittar che prevede la costruzione di un’altra torre campanaria cuspidata – del tutto simile a quella già esistente – e di un rosone sovrastato da una galleria ingentilita da archetti ed esili colonnine mentre dal 1895 al 1907 l’acese Francesco Mancini e Giuseppe Sciuti di Zafferana, pur diversi per temperamento e capacità espressive, decorano con buoni risultati la cupola e la volta della navata centrale.

Il Duomo custodisce opere d’arte degne di un museo e preziosi ex voto finemente lavorati in oro o argento dovuti alla perizia di orafi messinesi ma anche acesi che seppero tenere viva una tradizione di sicuro valore artistico. Particolarmente cara alla memoria degli acesi è la spada posta oggi ai piedi del simulacro di S. Venera, donata ad Acireale dalla città di Catania nel 1849 – nei giorni funesti della rivoluzione contro il re borbone – con lo scopo di rinsaldare l’amicizia tra le due città vicine.

Le antiche Corporazioni dei Calzolai, dei Panettieri, dei Pescivendoli e dei Muratori nei tempi andati fecero modellare da valenti artigiani 4 Candelore (un’altra è stata aggiunta recentemente) in cui, in festoso tripudio, puttini alati inneggiano ai numerosi santi protettori: la sera del 26 luglio, avanzando ritmicamente portate a spalla da baldi giovani, aprono la strada alla Santa e offrono una nota di colore folcloristico.

(Testo e foto tratti dall’opuscolo “Angeli e Campane”)

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