Venerdì 14 Dicembre 2018


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Basilica dei SS. Pietro e Paolo


Anche il culto e la venerazione verso due tra i Santi più famosi della cristianità tra noi è molto antico. Nei pressi dell’antica chiesetta dedicata all’Annunziata, infatti, nel XV secolo era stata edificata una minuscola cappella in loro onore. Quando nel ‘600 Acireale rinnova il suo aspetto urbanistico costruendo in onore dei suoi Santi più venerati nuovi luoghi di culto, anche ai due Santi Apostoli fu elevato un tempio degno di tale nome. Così, mentre fervevano i lavori per la chiesa di S. Sebastiano, i maestri d’opera della chiesa dell’Annunziata, per ampliare l’edificio avevano comprato l’area dell’antica chiesetta dei SS. Pietro e Paolo, trovando disponibili i governatori di S. Pietro che, grazie alla somma ricevuta, alle elemosine dei fedeli ed ai sussidi degli amministratori della città, riuscirono a costruire – qualche metro più in là – una chiesa più sontuosa che poteva competere con le altre. Sul finire dei lavori, nel 1675, fu chiamato ad affrescare il coro con scene del martirio dei due apostoli un notissimo pittore messinese, Giovanni Fulco, allontanatasi dalla sua città per la sanguinosa guerra franco-spagnola. Ma da lì a qualche anno si abbatté anche su questa chiesa la catastrofe del terremoto del 1693 facendo precipitare la volta dell’abside e rendendo poco sicuri i muri perimetrali su cui poggiava il soffitto ligneo. Anche qui, come altrove, fervono i lavori di restauro che si protraggono a lungo perché prevedono il totale rinnovo dell’edificio che si adorna di un agile campanile cuspidato, innalzato tra il 1732 ed il 1735 e di un prospetto “classico” disegnato da P.P. Vasta nel 1740 su due ordini e con tre porte alternate a colonne binate o singole che creano l’illusione delle tre navate, di cui invece erano dotate il Duomo e S. Sebastiano. Qualche anno più tardi, a completamento della facciata, si volle aggiungere una poco felice struttura barocca che sovrasta il timpano. Verso la fine del ‘700 il bel soffitto ligneo a cassettoni fu sostituito con la volta in muratura sorretta da 8 colonne. La solidità della struttura resistette al forte terremoto del 1818.

Per abbellire l’interno, in pratica vi lavorarono tutti i pittori acesi del ’600 e del ’700: vi si conservano tele di Giacinto Platania ( SS. Alfio, Cirino e Filadelfo; S. Antonio Abate), di Matteo Ragonisi (S. Lucia; SS. Pietro e Paolo), di P.P. Vasta (S. Andrea Avellino) e di A. Vasta (Madonna e Santi). Oltre agli affreschi del già cennato G. Fulco nell’abside, sulla sovrapporta si ammirano due riquadri di Giovanni Lo Coco: coperti durante i lavori dell’antica ristrutturazione, sono venuti alla luce solo nel 1910.

Anche Baldassare Grasso e Venerando Costanzo vi lavorarono ma non è rimasto nulla della loro arte travolta dal terremoto del 1693. Nell’attigua cappella del Divino Amore, verso il 1768, qualche anno prima di dipingere la cappella di Gesù e Maria a S. Sebastiano, Alessandro D’Anna, figlio di Vito, vi affresca due note scene bibliche: “Salomone accoglie la Regina di Saba”e “Giuditta ed Oloferne”. Su un’altra parete una “Maria bambina”, tela forse di A. Vasta. Ma la basilica è conosciuta per due sculture da secoli molto venerate: il Cristo alla colonna ed il Cristo morto.

Il Cristo alla colonna, è opera secentesca di un anonimo artigiano locale che è riuscito a plasmare nella cartapesta, con crudo realismo, le martoriate carni del Redentore che grondano sangue. Anticamente, come avveniva anche in tante altre città dell’Isola quando gravi calamità – come siccità, carestia o peste colpivano la città, era esposto sul sagrato perché il popolo in massa accorresse ai suoi piedi per impetrare la grazia.

Il Cristo morto, invece, dal1732 è protagonista ogni Venerdì Santo della processione che dal SS. Salvatore raggiunge la chiesa dei SS. Pietro e Paolo con un rito mesto quanto suggestivo che da sempre ha fatto fluire molta gente anche dai paesi vicini. Questa processione ci riporta al 1656 allorquando un padre gesuita, Luigi La Nuza, venne a predicare la quaresima in città, l’ultima della sua vita: sarebbe morto, infatti, da lì a qualche mese. Come aveva fatto dovunque era andato, alla fine della quaresima cercò un luogo elevato su cui costruire un Calvario sul quale erigere tre croci: scelse lo spazio antistante la chiesa del SS. Salvatore (allora fuori città) giudicato ideale perché in leggera pendenza rispetto alla chiesa di S. Pietro ed esortò a spianare la strada per permettere un più agevole processione che ancora oggi coinvolge tutta la città.

Per secoli nella piazza si svolgeva una celebre Sacra rappresentazione che prendeva il nome di “Mortorio”, che illustrava con scene bibliche la Passione e morte di Gesù Cristo. Oltre alla piazza, come scenario del Dramma Sacro era utilizzato il Duomo e il Palazzo Senatorio, attuale sede municipale.

(Testo tratto dall’opuscolo “Angeli e Campane”)

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