Venerdì 14 Dicembre 2018


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Chiesa Santa Maria del Suffragio


Sull’antica “Strada della marina” che dalla chiesa di S. Pietro, raggiungeva il borgo di S. Maria La Scala attraverso le “Chiazzette”, nel 1634 vi si costruì una chiesetta che già nel 1638 era frequentata da pescatori e popolane del quartiere che si chiamerà “dei Morti”. Per più di un secolo spoglia e disadorna, nel 1750 fu affrescata dall’ormai noto pittore PP. Vasta collaborato dal figlio Alessandro.

Come nella Chiesa di S. Maria delle Grazie, alcuni anni prima, qui il Vasta illustra un unico tema: attraverso un “ciclo purgatoriale” che comprende ben 9 affreschi, mette in risalto non solo il sacrificio di Cristo senza il quale non c’è Redenzione, ma suggerisce che ci si salva anche per l’attiva partecipazione di Maria. Già dai 6 affreschi della navata, costretti entro medaglioni dalle cornici mistilinee a stucco, appare evidente la trama narrativa che spiega l’importante discorso teologico descritto dal pittore in “Giona gettato in mare”, “Isaia e l’angelo purificatore”, “Mosè ed il roveto ardente”, a sinistra; “Giobbe visitato dagli amici”, “Geremia che vede la seconda visione”, “L’angelo ed Agar”, a destra. Il fuoco purificatore (Isaia,, Geremia e Mosè) e l’acqua rigeneratrice (Giona e Agar), uniti alle ineluttabili sofferenze (Giobbe), sono i simboli attraverso cui si raggiungeranno le gioie del Paradiso. Affreschi la cui lettura dovrà risultare facile per gente non abituata a leggere sui libri perché analfabeta, ma non per questo ignorante: bisogna soffrire, e duramente anche, prima di conquistare il Bene supremo e l’immagine dell’acqua e del fuoco e facilmente comprensibile.

Altri due affreschi, purtroppo oggi molto deteriorati, tratti ancora dall’Antico testamento, sono illustrati nel presbiterio: “Abacuc soccorre Daniele fra i leoni” e Giuseppe venduto dai fratelli”.

Cruda la scena di Giobbe sofferente dove i corvi che volteggiano in alto raccontano il dramma che si sta consumando; altrettanto drammatica l’altra dove Giona sta per essere inghiottito da un pesce che rievoca leggende di orribili mostri marini incontrati in mari lontani la cui eco arrivava alle orecchie di quei pescatori carica di misteri e di paure.

Ma la salvezza è in “Cristo che versa dalla ferita del costato il sangue della Redenzione”, sembra suggerire l’affresco nella calotta absidale mentre sulla parete dietro l’altare sono raffigurati “Due angeli che alleviano le pene alle anime purganti”. Ancora una volta P. P. Vasta si avvale degli apporti stilistici dei “grandi” come Pietro Novelli, Sebastiano Conca e Francesco Solimena, quest’ultimo ricordato nelle “Quattro parti del mondo”, a ridosso della volta, con cui si illustra la diffusione del Vangelo che, solcando i mari, arriva dovunque. Nell’affresco della volta intitolato “La Mensa-Eucaristica”, sono evidenti i modelli pittorici di Corrado Giaquinto, maestro della scuola napoletana. Il Vasta non fu l’unico ad usare questo disegno: anche Olivio Sozzi, per esempio, lo utilizzerà prima a Palermo e più tardi ad Ispica. Tutto ciò non toglie al Vasta il merito di aver saputo trasfondere in questo affresco il suo modo di fare pittura basato su un vivo cromatismo ed un disegno corretto, riuscendo a creare un’ opera suggestiva per l’armonioso accordo delle tinte e la luminosità della scena.

Dei personaggi più in vista dell’Antico e Nuovo Testamento non manca proprio nessuno: la tenace Ruth con le spighe in mano, l’ardimentosa Giuditta con la testa mozza di Oloferne, mentre Adamo ed Eva e tanti altri fanno da corona alla possente figura di Mosè che conduce il popolo di Dio verso il Paradiso, vera Terra Promessa, popolata dagli Apostoli, primo fra tutti S. Pietro, e dalle Pie Donne vicine a Maria in estasi nell’adorazione dell’Ostia consacrata sulla Mensa Eucaristica sorretta dai simboli dei 4 evangelisti ( Bue, Aquila , Leone ed Angelo) additata da Cristo e vivificata dalla presenza del Padre e dello Spirito Santo.

L’affresco è carico di simbologia cristiana: le spighe di Ruth e l’uva di Giosuè sono il pane ed il vino della Mensa Eucaristica; Pietro e gli Apostoli, i pilastri su cui si fonda la chiesa; Maria, madre della chiesa, e la SS. Trinità. Ancora una volta, i temi espressi dalla Controriforma affermano ed esaltano la Gloria dei santi, il dogma mariano, la Trinità e la Passione di Cristo.

Per leggere questo affresco bisogna stare con il naso all’insù per un bel po’ e ripercorrere con gli occhi tutte le diagonali che dalla nuda terra conducono “nel più alto dei cieli”: al pescatore o alla lavandaia tale percorso dovette sembrare molto simile al faticoso sentiero appena tracciato sulla Timpa e su cui durante il giorno erano costretti ad inerpicarsi per raggiungere dalle rive del mare la propria casa, zigzagando le Chiazzette carichi di remi e di ceste, pesante fardello. Quattro i dipinti ad olio degni di nota: “La strage degli innocenti” ed il “S. Gregorio”, di M. Ragonisi; “Gesù nella Piscina Probatica”, di A. Vasta, raffigurato nell’antico paravento; e la bella “ Madonna del parto” di P. P. e A. Vasta.

(Testo tratto dall’opuscolo “Angeli e Campane”)

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