| QUARESIMA 2010 Lettera pastorale di Mons. Pio Vittorio Vigo |
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| Scritto da Antonio |
| Domenica 21 Febbraio 2010 13:41 |
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CRESCERE PER DIVENTARE SEME Arriva una “nuova stagione” per la nostra fede: il cammino della Quaresima. Un impegno che intensifica l’itinerario di ascensione, dettato dalle linee pastorali annuali, in vista della maturità umana e cristiana da raggiungere. Quaranta giorni, spiritualmente preziosi, per riflettere ancora più attentamente sulla bontà del Signore, sulle motivazioni della nostra chiamata alla fede, sul modo come comportarci nei riguardi di Dio e del prossimo e quali azioni compiere perché la nostra esistenza umana sappia dare una risposta concreta al senso della vita.
1. Dopo i giorni destinati allo svago e al divertimento del “carnevale”, l’impatto con l’austerità quaresimale è duro, ma essenziale e necessario. Devono cadere tutte le sicurezze umane; bisogna lasciare tutto quello che falsifica la realtà concreta di ogni giorno, alimenta sogni irreali e ci lascia nella superficialità. Bisogna saper guardare con serenità la realtà delle cose e prendere coscienza della propria fragilità e della presenza nella vita, minuta come “polvere” e umanamente trascurabile e impotente. Con il Rito delle ceneri, crolla d’un tratto, l’edificio immaginario che ciascuno si è costruito: le nostre capacità, il valore delle nostre idee, i progetti di rifacimento del mondo dove noi ci sentiamo protagonisti principali. Le piste da seguire ci vengono chiaramente indicate dalla liturgia. Per assicurare l’orientamento e la rotta da seguire, fin dal primo giorno della Quaresima ci viene chiesta la conversione del cuore e l’umiltà: “Convertitevi e credete al Vangelo”; e a ciascuno: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”. La nostra esistenza, anche se ricca di risultati affascinanti, entusiasmanti, esultanti e gloriosi ha sempre un’origine e un termine terreno. “Siamo polvere” è vero; ma capaci di compiere grandi cose, perché guardati con amore da Dio che ce ne dà la possibilità. L’umiltà ci suggerisce lo sguardo sereno sul nostro essere e ci fa vivere questa realtà nella pace. Il tempo affidatoci non è molto: “siamo terra e torneremo alla terra”. Utilizziamo, dunque, al meglio il periodo della nostra esistenza terrena. Attingiamo alla Sorgente della vita la luce e il vigore necessari per compiere bene ogni cosa. 2. La risposta della città di Ninive alla predicazione di Giona, come il Libro profetico ce la descrive, è edificante e ci offre i parametri necessari da seguire, se vogliamo che questo nostro tempo sia incisivo per il nostro cammino. “Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: «Alzati, và a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò». Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta». I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. Poi fu proclamato in Ninive questo decreto, per ordine del re e dei suoi grandi: «Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo?». Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece”[1]. Ascolto con fede, penitenza e conversione, sono i gesti risolutivi perché la Parola possa portare il suo benefico effetto. Lo strappo col passato, permette di avviare il nostro Esodo quaresimale. Il cammino e le scelte da affrontare possono richiedere fortezza e coraggio. A nostro favore vi è un “roveto che arde e non si consuma”, un intervento esplicito di Dio che “chiama”, rende il luogo dove noi siamo “terra santa” e ci affida una missione da compiere con il suo aiuto[2]. Un itinerario di liberazione da una schiavitù invisibile, ma reale (quella del peccato), per raggiungere lo stato di libertà e di maturità che conviene alla dignità dei figli di Dio. Il tema della conversione è costantemente richiamato in questo tempo. L’insistenza è giustificata dal fatto che con il peccato tutto è perduto e con la grazia tutto rivive. Perciò, Dio amante della vita e di ogni persona, attraverso la voce della Chiesa, non si stanca di rivolgere l’invito alla conversione e alla riconciliazione. Le parole del profeta Gioele[3] e dell’apostolo Paolo[4], scelte per le Letture della Messa del Mercoledì delle Ceneri, sono esplicite. È necessario convertirsi e credere al Vangelo[5].
Le tappe quaresimali 3. Nella Liturgia delle cinque settimane di Quaresima, la Chiesa suggerite le piste necessarie da percorrere “perché l’impegno quaresimale lasci una traccia profonda nella nostra vita” (dalla Liturgia). Il solco necessario da fare nel “terreno” dell’anima, perché il Signore risorto possa seminare della sua risurrezione. Le pietre miliari che segnano la via della salvezza, le possiamo individuare nelle cinque domeniche che precedono la Settimana della santa. Con esse siamo invitate a riflettere come la nostra realtà quotidiana, fragile e terrena, si incontra con la misericordia divina e quale beneficio ne deriva. Il Signore fa di tutto per riportare la nostra esistenza allo splendore. Accogliendo di volta in volta i messaggi che ci vengono consegnati, si fanno sempre più chiare le parole del Concilio che, nel presentare Cristo al mondo, lo riconosce quale “Uomo nuovo” che “svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione”[6]. Espressione semplice, ma di profondo significato. Con la sua vita e con le sue parole, infatti, Cristo mette in evidenza ciò che siamo, quali pericoli possiamo incontrare, in quale situazioni dolorose e umilianti possiamo metterci; e come, d’altro canto, egli riesce a offrirci l’aiuto necessario per redimerci e farci vivere la nostra storia totalmente rinnovati. Dalla esperienza delle tentazioni e delle insinuanti provocazioni di esse, strumento subdolo del demonio che si vanta di avere “nelle sue mani la potenza e la gloria e le dà a chi vuole”[7], ci rendiamo conto quanta vigilanza ci viene chiesta e quanta fortezza e prontezza dobbiamo usare per superare le continue sollecitazioni. Sappiamo, però che la Parola di Dio è “vicino, sulla bocca e nel cuore”[8] e “chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”[9]. La vittoria su ogni prova è assicurata dalla vigilanza attiva, suggerita dalla sapienza del cuore e dalla preghiera: per questo il Signore raccomanda: “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione”[10]. 4. Da questa situazione di fatica e di prova la Chiesa ci invita ad alzare lo sguardo. Il nostro vigore viene dalla fede. Possiamo vincere. La montagna che ci attende ci assicura il dono della trasfigurazione. Una tappa obbligata del cammino quaresimale ci chiede di sostare a contemplare lo splendore di Cristo uomo, segno e primizia della nostra “altissima vocazione”. “Gesù, presi con sé Pietro, Giovanni e Giacomo, salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”[11]. È il kairòs dei nostri giorni, il momento opportuno di grazia, “perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti”[12]. La sosta contemplativa ci offre l’occasione per riprendere le Linee pastorali di quest’anno[13], rileggerle e meditarle insieme. In esse veniva indicata la meta “verso dove andare”: la maturità. Essa si riconosce per il suo agire “generativo” e “responsabile”, capace di giudicare serenamente e “libera” da quei “condizionamenti”, ritenuti “tradizionali”, ormai privi di significato e indici di mancata di vitalità spirituale e di antichi protagonismi che cercano ancora di imporsi, con la sofferenza di tutti. Il Documento pastorale richiamato, sottolineava inoltre la modalità del cammino e lo stile del rapporto reciproco, quale espressione di quella maturità interiore che sa gioire anche delle piccole cose. Si ricordava, per questo, l’esempio mirabile della Vergine Maria, che ha camminato con noi e per noi, lasciandoci l’esempio di disponibilità, di preghiera esultante, di umiltà serena e di servizio gioioso, di semplicità, di accoglienza, di fortezza nel dolore, di paziente attesa. 5. Tante sono ancora le indicazioni che attendono risposta. Il camminare insieme, nota caratteristica dell’essere Chiesa, non ci trova sempre lineari e sinceri. Lo splendore che Cristo ci addita con la sua trasfigurazione proviene da dentro, dal cuore e dalla mente, perché abitati e conquistati dalla luce di Dio. La luminosità della vita nasce dalla pace interiore, dalla simpatia per le persone e per cose, dal desiderio di rispondere al desiderio di Cristo: “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amato come hai amato me”[14]. È testimonianza e si qualifica anche come reale evangelizzazione. In questa Quaresima le comunità parrocchiali potranno verificare e interrogarsi sul cammino fatto e su quello da fare ancora insieme, senza stancarsi. Le parrocchie avranno copie del Documento, ancora non distribuito. Perciò è facile procurarlo, se non si è avuto modo di averlo e leggerlo. 6. Molto ancora resta da fare. Non bastano le opere che riusciamo a portare a termine e che fanno anche notizia, se poi non durano e non hanno un seguito formativo. La “parabola del fico”, raccontata dal Vangelo di Luca che la Chiesa ci fa meditare durante l’ascesa quaresimale verso la Pasqua, ci è di monito. Il “vignaiolo” della parabola è Cristo e, con lui, la Chiesa, “sempre vivi per intercedere a nostro favore”[16]. Dalle parole del Vangelo ci rendiamo conto che il Signore vuole sfoltire l’abbondanza delle apparenze, delle parole, delle attività senza frutto; e cerca in noi l’essenziale e quella maturità della fede che testimonia di assimilare lo spirito del Vangelo. Vuole che il nostro cammino sia “penitenziale”, capace di liberarsi da tutto ciò che è sterile. Nel nostro andare spiritualmente “fino a Betlemme”, esperienza spirituale recente, abbiamo dovuto liberarci di tanti pesi ingombranti, per poter “entrare” nel mistero della Natività e rapportarci con Dio, fattosi Bambino per noi. Lasciamo fuori dalla nostra vita ciò di cui siamo riusciti a liberarci. Andremo avanti più leggeri e più sicuri. 7. L’impegno dello “zappare attorno”, del “mettere il concime” e dell’attendere con speranza, indicati dalla parabola per evitare la decisione immediata dello sradicamento, sono i sentimenti e le azioni di chi ha a cuore il bene reale di ogni persona, di ogni comunità, di tutta la gente. La pagina del Vangelo viene a scuoterci dal sonno e dall’andare avanti per forza d’inerzia. Cristo vuole ardentemente vederci purificati e risorti. Anche i nostri sentimenti devono essere conformi a quelli del Signore Gesù. Per questo la Chiesa ci fa leggere più volte, anche in questo tempo, le parole dell’Apostolo: “È ormai tempo di svegliarvi dal sonno… La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce…” [17]. I momenti di preghiera, la “Lectio divina”, da mantenere sempre come prassi normale del cammino ordinario delle comunità e della spiritualità personale, perché valida metodologia per acquisire la mentalità di fede e saper seguire le opere dello Spirito, le Celebrazioni della Parola e quelle Penitenziali di questo particolare periodo di Quaresima, la predicazione delle Novene o dei Tridui, gli Esercizi spirituali nelle parrocchie, la catechesi ordinaria dei piccoli e degli adulti, saranno tutte pratiche ordinate allo “zappare attorno” e al “concimare”. Il frutto potrà venire. La grazia del Signore che dà efficacia e incremento non si farà attendere. 8. Le attenzioni e i sentimenti di Dio Padre e di Cristo, sono stati esemplificati inoltre nella parabola del “figlio prodigo”. Una pagina di Vangelo conosciuta, ma sempre toccante. Meditandola, siamo abituati a identificarci con la storia del “figlio” che prende la sua eredità e la sperpera malamente. Ma non basta confrontarsi da un solo punto di vista. Ci capita spesso di ritrovarci anche con i sentimenti del “figlio maggiore”. Ci si sente buoni, al proprio posto; e invece i nostri pensieri e i nostri giudizi non coincidono con quelli del Padre. Forse perché non abbiamo saputo perdonare “di cuore”; cioè, dal profondo, con generosità, nella gratuità, con prontezza e nella gioia. Il desiderio di prevalere su gli altri, di farsi notare, le tensioni nelle comunità, nelle famiglie, i sospetti tra fratelli, i giudizi non benevoli, la convinzione di non essere valutato o rispettato per quello che si crede di essere, il disprezzo del fratello, sono manifestazioni o atteggiamenti di chiusura per i quali dobbiamo classificarci alla stregua del “fratello maggiore”. Con le parole del profeta Isaia, Dio rivela i sentimenti del suo cuore. Da parte nostra, tutto da rifare per adeguarci ai sentimenti del Padre. “O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide.[…] Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” [18]. 9. Anche la figura del padre della parabola chiede di porre a verifica i nostri sentimenti e il nostro comportamento. Non siamo soltanto figli – prodighi o maggiori -; nella vita abbiamo anche il ruolo di padri e di madri. Infatti, dobbiamo accogliere sempre chi viene, rispettarlo, servirlo e permettere che cresca libero e nella verità. La missione paterna o materna la svolgiamo ogni volta che qualcuno, piccolo o grande che sia di età, ha bisogno di noi. Essere utile all’altro è sempre un compito di trasmissione di vita: mettere l’altro nella condizione di vivere meglio o bene. Da parte di tutti si cresce in proporzione a quello che si è voluto o saputo dare e come lo si è dato. Attendere il “figlio”, corrergli incontro e abbracciarlo, non stare a discutere sul passato, affrettarsi a restituirgli la dignità perduta, non da solo ma chiedendo collaborazione perché si gioisca insieme, sono gli atteggiamenti del cuore che il Signore ha voluto insegnarci perché fossero anche i nostri. “Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa” [19]. 10. Perché non venga posta resistenza alla misericordia, come rileviamo nel “figlio maggiore” nei confronti del padre, la Chiesa ci pone di fronte a un caso doloroso e ci mostra quale atteggiamento di Cristo dobbiamo imitare. È il caso della “donna sorpresa in adulterio”[20]. È tanto il silenzio attorno a questa povera creatura. Era sta trascinata ai piedi di Gesù e lasciata sola davanti a tutti. Quanti casi simili si ripetono ancora! “Tu che ne dici?” E Gesù: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. Una risposta che deve guidare i nostri pensieri di umiltà, di sincerità, di compunzione, di compassione. Nel silenzio, Cristo apre direttamente con la donna il dialogo della speranza: “«Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più»”[21]. L’esito di questo incontro, lo leggo e lo vivo con le parole stesse del profeta Isaia. Vengono descritti il trionfo della misericordia e il coro festoso di tutta la creazione che partecipa alla gioia della creatura e del Creatore. “Voi dunque partirete con gioia, sarete condotti in pace. I monti e i colli davanti a voi eromperanno in grida di gioia e tutti gli alberi dei campi batteranno le mani. Invece di spine cresceranno cipressi, invece di ortiche cresceranno mirti; ciò sarà a gloria del Signore, un segno eterno che non scomparirà”[22]. Quanta gente ancora attende da noi il perdono sincero e totale del cuore! Sentirsi dire “neppur’io ti condanno”, fa nascere l’arcobaleno nel cuore; poterlo dire, ripetendo le stesse parole del Signore, è come sentirsi “padre”; è mettersi in sintonia con i sentimenti di Dio, rivelati nell’«incontro benedicente» descritto dalla parabola del “figlio prodigo”; è rivivere la gioia del pastore “tutto contento” per aver trovato la “pecora che era perduta”[23]; è partecipare alla gioia che vi è “in cielo per un peccatore convertito”[24]. Perdono che diventa cammino di speranza per chi “nessuno la condanna”. Quando tempo ancora dobbiamo attendere, perché vi sia pace nel cuore di tutti?
Il dono totale 11. L’ultima settimana del cammino quaresimale è un invito a vivere da vicino la sofferenza di Cristo, a meditare quanto ha sofferto per amore nostro. Nella storia del “chicco di grano che cade a terra, muore e produce molto frutto”[25], rivediamo quello che Gesù ha vissuto per “amarci fino alla fine”[26]. Sul suo amore va modellato il nostro. L’accoglienza festosa riservata a Gerusalemme dai piccoli, è preludio profetico del trionfo di Cristo con la risurrezione. Il peccato e la morte saranno vinti per sempre dall’amore e dalla Vita. Amore e Vita che, cessato l’entusiasmo gioioso trasmesso a tutti dai piccoli, sentiranno immediato il vuoto dell’incomprensione, dell’abbandono, del disprezzo, del silenzio. Ma Gesù lo riempie pregando insistentemente e con fiducia. Maestro e Signore, Gesù entra obbediente nel mistero della passione e della morte, svuotandosi totalmente. Di lui possiamo segnare i passaggi indicativi. Lascia l’esultanza dei semplici e si mette in ginocchio per tergere i piedi e tutta la vita dei discepoli: “«Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi»”[27]. Poi consegna tutte le certezze e le consolazioni, legando nell’amicizia i discepoli. “Non vi chiamo più servi ma amici, perché vi ho fatto conoscere tutto quello che ho udito dal Padre. E la mia gioia sia in voi per esserne pieni”[28]. Dal gesto umile del servitore, riservato normalmente agli schiavi, entra per amore nella fatica e nel dramma dell’obbedienza: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”[29]. Sarà un consegnarsi totalmente nelle nani del Padre, fino al compimento di tutto. “E chinato il capo, spirò”[30]. Il mattino dopo il sabato fu tutto nuovo. La tomba del Signore non potè trattenere la Vita. Da quel giorno rimane vuota per sempre. La morte è stata vinta. Cristo risorto dai morti e non muore più. “Bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria!”[31]. Oggi, Cristo risorto si affianca ai nostri passi, si fa compagno di viaggio, accoglie i nostri lamenti, porta insieme a noi la nostra croce, ci rivela il senso delle Scritture, vuole che il nostro cuore “arda”, resta per “spezzare il pane”, come fece con i Discepoli di Emmaus[32]. Col cuore che “arde e non si consuma”, come il roveto ardente e con “gli occhi aperti” dalla fede, sappiamo percorrere il nostro quotidiano esodo di conversione e di liberazione. Un cammino che diventa vera testimonianza cristiana. Per tutti è, dunque, il tempo della speranza. Nella sequela di Cristo, ciascuno raggiunge la maturità umana che è preludio della gloria promessa ai “servi fedeli”[33].
Mi piace concludere con una pagina della Costituzione Pastorale Gaudiun et spes del Concilio Vaticano II, dove in sintesi viene presentato il mistero di Cristo “uomo nuovo” e del cristiano che ne partecipa la vita per mezzo della grazia. “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione. Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è «l’immagine dell’invisibile Iddio»[34] è l'uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato. Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il Figlio di Dio « mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me»[35]. Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme, ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato. Il cristiano poi, reso conforme all’immagine del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli[36] riceve «le primizie dello Spirito»[37] per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell’amore[38]. In virtù di questo Spirito, che è il «pegno della eredità»[39], tutto l’uomo viene interiormente rinnovato, nell’attesa della «redenzione del corpo»[40]: « Se in voi dimora lo Spirito di colui che risuscitò Gesù da morte, egli che ha risuscitato Gesù Cristo da morte darà vita anche ai vostri corpi mortali, mediante il suo Spirito che abita in voi»[41] Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma, associato al mistero pasquale, diventando conforme al Cristo nella morte, così anche andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza[42]. E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia[43]. Cristo, infatti, è morto per tutti[44] e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale. Tale e così grande è il mistero dell'uomo, questo mistero che la Rivelazione cristiana fa brillare agli occhi dei credenti. Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime. Con la sua morte egli ha distrutto la morte, con la sua risurrezione ci ha fatto dono della vita[45], perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre!”[46] (n. 22).
Quaresima di carità 13. In questa Quaresima, con il frutto delle privazioni, dei digiuni e con gesti di carità offriremo i nostro contributo in aiuto della Chiesa e del popolo di Haiti, gravemente provati dal terribile e devastante terremoto del gennaio scorso. Milioni di poveri, in quella terra, fanno presente al nostro cuore la grave situazione nella quale si trovano: mancano di tutto perché hanno perso ogni cosa! La somma che sarà raccolta con le offerte di tutti, sarà un segno di amore e intensificherà la comunione tra noi, figli dello stesso Padre. Il segno concreto della solidarietà di tutti va devoluto, come in analoghe circostanze, alla Curia Vescovile – Ufficio Amministrativo (c.c.p. 11102951), oppure alla Caritas Diocesana (c.c.p. 000013263959), specificando nella causale: Pro soccorso terremotati in Haiti.
Saluto finale 14. Ho tratteggiato queste riflessioni, a margine del cammino intenso che la Quaresima ci propone, per aiutarvi a riflettere insieme. Queste pagine possono dare lo spunto per incontri di comunità, per riflessioni personali. Vi auguro, pertanto, un buon itinerario penitenziale a tutti, sia singolarmente, sia come comunità di appartenenza (famiglia, parrocchia, associazione, gruppo). Sarà buono, se il percorso proposto giorno dopo giorno, verrà affrontato sinceramente, fin dal Mercoledì delle Ceneri, con la semplicità della vita, con la condivisione dei beni vissuta in maniera riservata, con la preghiera nascosta e sincera, con il digiuno senza malinconia o rimpianti. Ricchi dello sguardo del Padre che vede nel segreto e ci ricompenserà[47]. In tutto questo ci è di guida e maestra la Vergine Maria. Lei ha vissuto nella ordinarietà, come tutte le donne, la sua missione singolare di Madre del Verbo divino ed è esempio mirabile di fede, di umiltà, di attenzione premurosa e gioiosa, di comunione, di silenzio, di preghiera, di comunione, di fortezza, di speranza. Il suo cammino di ascesi l’ha condotta fino al Calvario accanto al Figlio e con lui si è offerta, da Madre di tutti gli uomini, per la redenzione del mondo. La sua fedeltà l’ha preparata a riceve la gloria, segno per noi di sicura speranza. Con lo sguardo rivolto a lei e la certezza della sua intercessione, intraprendiamo questo itinerario che ci avvicina sempre più al “monte” interiore della maturità, dove possiamo gustare il dono della beatitudine offertaci dalle promesse di Cristo.
Acireale 17 febbraio 2010 Mercoledì delle Ceneri
[1] Gio 3 [2] cfr Es 3, 4-6 [3] Gl 2,12-18 [4] 2Cor 5, 20-6,2 [5] cfr. Mc 1, 15 [6] Gaudium et spes, 22 [7] cfr. Lc 4, 6 [8] cfr Rm 10, 6 [9] ib, 13 [10] Mt 26, 41; Mc 14, 38; Lc 22, 46. Cfr Lc 21, 36; Mc 13, 33; Col 4, 2. [11] Lc 9, 28-29 [12] Rm 13, 11 [13] Emergenza educativa. Ci attende un cammino che ci fa crescere, Lettera pastorale 2009-2010, n. 28 [14] Gv 17, 23 [15] Lc 13, 6-9 [16] cfr Eb 7, 23-25 [17] Rm 13, 11-14 [18] Is 55, 1-11 [19] Lc 15, 20-24 [20] Gv 8, 1-11 [21] Gv 8, 10-11 [22] Is 55, 12-13 [23] cfr Lc 15, 4-7 [24] ib. [25] cfr Gv 12, 24 [26] cfr Gv 13, 1 [27] Gv 13, 10-11 [28] cfr. Gv 15 passim [29] Lc 22, 42 [30] Gv 19, 30 [31] cfr Lc 24, 26 [32] cfr Lc 24, 13-35 [33] cfr Mt 25, 14-30 [34] Col 1,15 - Cf. 2 Cor 4,4 [36] Cf. Rm 8,29; Col 1,18 [37] Rm 8, 23 [38] Cf. Rm 8,1-11 [39] Ef 1,14 [40] Rm 8,23 [41] Rm 8,11 - Cf. 2 Cor 4,14 [42] Cf. Fil 3,10; Rm 8,17 [43] Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, cap. II, n. 16: AAS 57 (1965), p. 20 [pag. 151ss] [44] Cf. Rm 8,32 [45] Cf. Liturgia Paschalis Bizantina [46] Cf. Rm 8,15; Gal 4,6; Gv 1,12 e 1 Gv 3,1-2 |
| Ultimo aggiornamento ( Domenica 21 Febbraio 2010 14:36 ) |



















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